
09 feb 2026
Architetti e urbanisti favorevoli alle novità, più caute le posizioni di ingegneri e società di progettazione
I concorsi di progettazione tornano al centro del dibattito parlamentare con l’esame dei Disegni di legge sull’Architettura n. 1112 e n. 1711, attualmente all’attenzione del Senato. Un confronto che, come emerso dalle audizioni di ordini professionali, enti e associazioni di settore, evidenzia un ampio consenso sugli obiettivi generali delle proposte – qualità architettonica, rigenerazione urbana e valorizzazione del progetto – ma anche differenze significative sulle modalità operative.
Il nodo non è tanto il “se”, quanto il “come”: dall’ipotesi di rendere obbligatorio il ricorso ai concorsi di progettazione, al loro coordinamento con il Codice dei Contratti Pubblici, fino alla capacità concreta delle amministrazioni di gestire procedure concorsuali articolate.
Tra i sostenitori più convinti del rafforzamento dei concorsi di progettazione c’è il Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori (CNAPPC), che nel corso delle audizioni ha ribadito il ruolo centrale del concorso come strumento di selezione basato sulla qualità dell’idea progettuale.
Secondo il presidente Massimo Crusi, il concorso rappresenta «l’unico strumento capace di selezionare progetti realmente coerenti con le esigenze sociali, economiche e formali delle opere pubbliche». Una posizione condivisa dall’Istituto Nazionale di Architettura (IN/ARCH), che sottolinea come la qualità dell’architettura non possa essere misurata né sul fatturato né sul massimo ribasso, ma sulla capacità dell’idea progettuale di rispondere al contesto e all’interesse collettivo.
Uno dei passaggi più delicati riguarda il coordinamento tra i Ddl Architettura e il Codice dei Contratti Pubblici. Le due proposte in discussione seguono impostazioni diverse: il Ddl 1112 ipotizza una deroga al Codice per rafforzare il ricorso ai concorsi di progettazione, mentre il Ddl 1711 si limita a indicarli come modalità preferenziale, senza modificare l’impianto normativo vigente.
Secondo IN/ARCH, senza un allineamento strutturale tra la futura legge sull’architettura e il Codice dei Contratti, il rilancio dei concorsi rischia di restare un principio di facciata, privo di reale efficacia applicativa. Un tema che chiama in causa non solo la qualità delle opere, ma anche la certezza delle procedure e dei tempi.
Se architetti e urbanisti si mostrano in larga parte favorevoli a un maggiore utilizzo dei concorsi, più critiche sono le posizioni di altre componenti della filiera della progettazione.
L’OICE ha espresso una netta contrarietà all’ipotesi di un obbligo generalizzato, sottolineando come i concorsi di progettazione, così come oggi strutturati, comportino un notevole dispendio di risorse tecniche, professionali ed economiche, sia per le stazioni appaltanti sia per i partecipanti.
Una linea di cautela analoga è stata espressa dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI), che ha richiamato l’attenzione sulla necessità di garantire solidità tecnica, affidabilità esecutiva e coerenza ingegneristica, soprattutto negli interventi complessi, dove il progetto deve tradursi in opere concretamente realizzabili.
Nel confronto tra posizioni differenti, un elemento di convergenza emerge sul modello del concorso di progettazione in due fasi. La Fondazione Inarcassa ha ribadito il proprio sostegno a questa procedura, ritenuta capace di valorizzare la qualità progettuale nella prima fase e, allo stesso tempo, garantire continuità tra idea e realizzazione nella fase successiva.
Secondo la Fondazione, il concorso in due fasi rappresenta anche uno strumento efficace per favorire l’accesso dei giovani professionisti, senza compromettere l’affidabilità del processo progettuale.
Un ulteriore tema emerso nel ciclo di audizioni riguarda la capacità delle amministrazioni, in particolare quelle di dimensioni medio-piccole, di gestire procedure concorsuali complesse.
L’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU), pur riconoscendo il valore dei concorsi di progettazione, invita a un uso non indiscriminato dello strumento, ricordando che tempi, costi e complessità procedurali possono rappresentare un ostacolo per molti enti locali.
L’INU ha inoltre espresso perplessità sull’introduzione di nuove figure di coordinamento, come il Supervisore dei concorsi o l’Architetto della città, ritenendo che il rischio sia quello di sovrapporre ruoli già esistenti e aumentare il carico procedurale, senza affrontare le reali criticità strutturali della Pubblica Amministrazione. Per l’Istituto, la priorità resta il rafforzamento delle competenze tecniche interne agli enti.
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